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venerdì, 23 febbraio 2007

Adesso posso ricominciare ad usare questa tastiera. E' passato un mese esatto dall'ultima cavolata che ho postato, in questo modo mi sono un po' depurata dall'esigenza di scrivere per forza. Per ricominciare uso parole altrui, ma se me l'ha prestate un motivo ci sarà e io credo di saperlo. Ti

Se un giorno ti capiterà di andare a Venezia durante il Carnevale

sappi che

la prima stanza entrando a sinistra è nostra

il campiello che si apre a triangolo è nostro

il vin brulè di quelle due putèe carine è nostro

la macchina fotografica con il rullino incastrato è la nostra

la senape versata sulla felpa è nostra

la parrucca ricciolosissima anni settanta è nostra

lo sguardo del bambino vestito da guardia napoleonica è nostro

il passamano che cede è nostro

e nostro è il culo che lo ha fatto cedere

il vaporetto strapieno sotto Rialto strapieno è il nostro

il reggae tenuto basso ma bastava è nostro

il gin tonic bastava tenuto più basso e comunque è nostro

il maniaco mattutino di Cannaregio è nostro

e pure la colazione invasa dalla luce è nostra

un piccione di San Marco e una pizza mangiata in tre sono nostri

le calli strette e il ci vediamo lì sono nostri

il sole che tramonta proprio là è nostro

le gondole piene di inglesi e giapponesi sono nostre

Palazzo Grassi e l’arte che a volte non si capisce proprio sono nostri

un negozio pieno di damigiane che diventano arte è nostro

un depliant per l’ingresso – a pagamento – nelle chiese è nostro

una foto fermati lì che c’hai tutta Venezia addosso è nostra

una poesia che scrivi con le mani è nostra

un cellulare sepolto a centinaia di kilometri è nostro

una bancarella con le pubblicità degli anni 70 è nostra

un libro di architettura finlandese è nostro

un pensiero a chi non c’è e forse ci doveva essere è nostro

una cartaccia in un canale, pure quella, è nostra

musica classica che esce da una porticina è nostra

violini e chitarre suonate mica tanto bene sono nostre

"e allora suona te"

"lo sto già facendo"

mentre ce ne andiamo su un treno pieno zeppo di gente

con pensieri e odori propri ed io ti guardo

accoccolata su un sedile che sembra di una littorina

con un vestito rosso a quadri e calze nere o blu non so

son miope, astigmatico e pure un po’ daltonico

ma te ti vedo benissimo sempre

e ti stringo la mano lasciandotela cadere

assieme a tutte queste cose nostre

prese in prestito per un fine settimana

e lasciate per chi le vorrà vedere

se avrà occhi da mascherare

e amori da celebrare.

Mi hai detto: postalo te se vuoi, magari lavoraci sopra, insomma facci quello che ti pare. L’unica cosa che mi viene in mente di fare è quella di illustrare la poesia, proprio come si fa per le favole in cui sì, è importante il testo, ma le figure sono quelle che attirano gli occhietti assetati di colori dei piccoli lettori. Per poter dare sfogo alla mia ispirazione dovrei sviluppare quello scempio di rullino che è avanzato dopo il danno da me compiuto, ma ho paura di vedere quello che si è salvato e quello che è andato perso. La cosa più naturale che verrebbe di fare è completare le lacune con il segno di una matita, se fossi brava a rendere le immagini attraverso l’arte del disegno.

Mi sa che lascerò tutto così com’è e come sempre riuscirai a solleticare l’anima del lettore più di qualsiasi accozzaglia di colori troppo scuri, troppo sfocati, troppo pacchiani che ho cercato di catturare con un’automatica demodè.


postato da: rachelenoferini alle ore 09:45 | link | commenti (2)
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